Verità scomode

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Riproponiamo su queste pagine un articolo già pubblicato nel 2018 dalla rivista Macchine Motori a firma del direttore Furio Oldani. Lo facciamo perché riteniamo indispensabile spiegare ai lettori da dove arriva la narrazione ambientalista e smontare alla base l’ideologia green che ispira le decisioni odierne della giunta milanese.
Questa testimonianza di alcuni anni fa evidenzia in modo compiuto come la campagna mediatica ambientalista arrivi da lontano sebbene inizi a produrre i primi “danni collaterali” in questi giorni.
Ringraziamo l’autore per averci concesso la possibilità di riportare integralmente l’articolo.

Redazione di muoverMi.it

A differenza di quanto proposto dal terrorismo mediatico ambientalista cui fa eco la più becera disinformazione popolare, la qualità dell’aria in Italia negli ultimi 40 anni è costantemente migliorata. Le concentrazioni inquinanti sono ai minimi storici.

13 gennaio 2018. Il quotidiano “La Stampa” pubblica un articolo sull’inquinamento dell’aria dal titolo “Pianura Padana, ormai è una camera a gas” in cui sottolinea come l’area in questione si fosse aggiudicata il primato dell’”atmosfera più malsana d’Europa” trasformando “in discarica il sottile strato dell’aria in cui viviamo e respiriamo”. Proseguiva affermando che almeno dal 1950 il “sintomo” persisteva e veniva “curato” solo con palliativi. Di fatto una vera e propria forma di avvelenamento allargato. Il “Corriere della Sera” ricaricava subito la dose a fi ne Gennaio. “Codice rosso per lo smog […] aria sempre più irrespirabile ed emergenza ormai cronica in Italia nel 2017 con 39 città fuorilegge”. “Repubblica” negli stessi giorni non era da meno riportando quanto sostenuto da Legambiente sulla città di Torino, additata come “…la più inquinata d’Europa con 39 microgrammi per metro cubo di concentrazione media di pm10 all’anno, contro i 37 di Milano e i 35 di Napoli”. Dato “preoccupante che, pur facendo riferimento alle stime del 2013 […] ha portato il pm di Torino, Gianfranco Colace, a indagare sull’inquinamento nella città, con l’ipotesi di disastro ambientale”.

Un quadro preoccupante sostenuto anche dalle Istituzioni. Alla fine di Ottobre dell’anno scorso il Comune di Torino invitava infatti i cittadini a “non aprire porte e finestre e non fare sport all’aperto”, avendo toccato le concentrazioni di pm10 valori dell’ordine dei 114 microgrammi per metro cubo, il doppio dei limiti previsti dai limiti nazionali. La ciliegina sulla torta veniva poi posta dalla Commissione europea alla fi ne di Gennaio invitando i Ministri dell’ambienti di nove Paesi, fra questi anche l’Italia, a presentarsi a Bruxelles per valutare nuove soluzioni e risolvere i continui sforamenti dei limiti di smog all’interno delle grandi città. In particolare per quanto riguarda polveri sottili e biossidi di azoto.

Questi sono solo alcuni esempi della situazione che tutti i giorni i media “main stream” sono soliti presentare spingendo la maggior parte delle persone a vivere un presente angosciante e a vedere l’aria aperta alla stregua di un nemico da evitare. Atteggiamenti cui si mescolano timori per la salute e il rimpianto per un passato senza auto e senza esalazioni fatte salve le flatulenze dei cavalli preposti al traino di tram e carretti. Non si capisce se i colleghi giornalisti cavalchino l’onda dell’allarmismo per fare audit, per attirarsi le simpatie dei potenti di turno o semplicemente per ignoranza, ma certo è che prima di scrivere o parlare dovrebbero documentarsi per verificare se quanto hanno intenzione di sostenere corrisponde a un effettivo stato delle cose. Se lo avessero fatto avrebbero scoperto che il quadro ambientale presentato era assolutamente distorto da quello reale, al punto da rendere le notizie riportate delle autentiche “fake news”.

Bastava in effetti andare a leggere i dati forniti proprio dalle agenzie di monitoraggio ambientali quali “Arpa” e “Ispra”, ”Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale” per scoprire come oggi tutti i principali inquinanti siano ai minimi storici sia in Europa sia in Italia, soprattutto all’interno dei grandi nuclei urbani della Pianura Padana come Milano o Torino. Tali dati sono facilmente accessibili da tutti sui siti internet degli Enti di cui sopra e andando a ricostruire le serie storiche si sarebbe scoperto che i fattori di inquinamento causati da industria, traffico e riscaldamento si sono ridotti in maniera talmente forte negli ultimi anni da far emergere fonti inquinanti che prima venivano tralasciate.

Prendendo in esame le serie di Torino e Milano, considerate tra le città più inquinate in Europa, si può vedere come negli ultimi anni le concentrazioni medie di monossido di carbonio siano crollate dai dieci milligrammi per metro cubo degli Anni 80, al limite di un milligrammo e quelle dei famigerati “pm10” da medie annue di 200/250 microgrammi per metro cubo a medie annue al limite dei 50 microgrammi.

Non si capisce quindi perché “La Repubblica” dia per fosca e pericolosa la situazione torinese stanti i 39 microgrammi per metro cubo di concentrazione media annuale raggiunti l’anno scorso. Anziché paventare timori ci sarebbe da festeggiare, ringraziando anche le nuove tecnologie applicate ai motori a combustione interna utilizzati su auto e macchine operatrici.
Hanno permesso negli anni di ridurre di oltre il 75 per cento i contributi motoristici ai gasi inquinanti così che oggi pesano solo per circa il nove per cento sulle emissioni totali. Dato raggiunto per altro, prendendo in esame tutti i mezzi di trasporto con motore a combustione oggi esistenti. Anche gli ossidi di azoto hanno visto dimezzare le loro concentrazioni medie. Se negli Anni 90 i valori oscillavano intorno ai 120 microgrammi per metro cubo, oggi le concentrazioni sono inferiori ai 50 microgrammi a Torino e Milano. Praticamente la metà.

Completamente scomparsa invece l’anidride solforosa, inquinante tra i peggiori per il suo impatto sulla salute, che vedeva negli Anni 70 e 80 concentrazioni tra i 300 e gli 800 milligrammi per metro cubo. Tutti risultati raggiunti grazie agli ingenti investimenti in termini di ricerca e sviluppo da parte delle aziende produttrici di veicoli e motori e ai miglioramenti attuati all’interno degli impianti industriali. Interventi che si sono rivelati estremamente concreti e non, come vorrebbe far credere “La Stampa” nell’articolo sopra citato, semplici “cure palliative”.

Emissioni totali in tonnellate di Pm10 in Italia dal 1990 al 2015 e i relativi contributi percentuali di ciascun settore Fonti: Ispra

Le Istituzioni dal canto loro dovrebbero evitare isterismi e tenere i piedi per terra evitando di invitare i cittadini a restare chiusi dentro casa causa concentrazioni di particolato di circa 110 microgrammi per metro cubo. Andando a studiarsi le serie storiche si renderebbe conto che negli Anni 80–90, tali valori erano la media annua fissa.

Certo qualcuno potrebbe a questo punto sostenere che quanto fatto finora non è sufficiente e che l’inquinamento, anche a tali concentrazioni, provoca comunque problemi. Vero, ma anche i problemi di cui sopra andrebbero analizzati in maniera scientifica, evitando allarmismi fini a se stessi come sono stati quelli lanciati dall’Organizzazione mondiale della Sanità. OMS ha infatti contribuito alla realizzazione di modelli di calcolo basati su valutazioni presuntive e quindi lungi dal poter essere presentate quali analisi veritiere che però media e istituzioni hanno poi fatto subito proprie con poche eccezioni.

Tra queste “Il Sole 24 Ore” che in un articolo (leggi QUI) a cura di Enrico Engelmann e Andrea Trentini [entrambi membri attivi di muoverMi, ndr] sottolineava come certi dati “siano il risultato di analisi epidemiologiche, basate per forza di cose su assunzioni arbitrarie e per loro natura in grado solo di rilevare correlazioni, non rapporti di causa effetto, con incertezze sui risultati che diventano tanto più grandi quanto più l’effetto da quantificare si discosta poco dalle fluttuazioni casuali”. E qui è bene sottolineare il termine “casuale”.

Ancora più estremo il professor Franco Battaglia, docente di fisica presso l’Università di Modena, che accusa l’applicazione di metodi di valutazione validi in ambito protezionistico a un ambito patologico con risultati completamente errati al punto da poter negare qualsiasi possibile connessione tra le concentrazioni di inquinanti raggiunte oggi nelle grandi città e le migliaia di morti premature che ne deriverebbero.

Medie assolutamente arbitrarie quindi quelle di chi grida al pericolo inquinamento, esattamente come risultano molto discutibili anche gli allarmi per gli sforamenti. Anche tali situazioni risultano in effetti molto inferiori a quelle di una volta e comunque si legano sempre a condizioni particolari che contribuiscono ad accrescere le concentrazioni inquinanti oltre a quelle che sarebbero indotte dalle sole fonti emissive.

Situazione meteorologica, reazioni chimiche di formazione secondaria e, soprattutto, il trasporto di masse d’aria da una zona all’altra, fattore che nella Pianura Padana incide notevolmente sulle concentrazioni inquinanti rispetto ad altre zone europee e che si acutizza quando si presentano situazioni anticicloniche di alta pressione in cui l’aria calda in quota non permette il rimescolamento dell’aria al suolo creando ristagno dei gas. Una realtà cui contribuisce anche l’effetto bacino, ovvero il ristagno dovuto alle condizioni del territorio che non permette l’abbassamento delle concentrazioni neanche se si spegnessero tutte le fonti emissive nelle giornate critiche.
Questo è anche il motivo dell’inutilità dei blocchi del traffico, considerando, per altro, che gli inquinanti prodotto all’interno dei nuclei urbani costituisce solo il 35 per cento del totale mentre il restante 65 per cento è “aspirato” dalle campagne e dalle zone limitrofe per i moti convettivi dell’aria all’interno dei nuclei urbani indotti dal maggiore riscaldamento.

Basta quindi con le demagogie e spazio invece a interventi concreti quali, per esempio, l’avvio di aiuti per aziende privati affinché possano cambiare i sistemi di riscaldamento più obsoleti e, magari, anche le auto.
A nessuno piace andare in giro su una vecchia carriola che puzza e fa fumo e chi lo fa è solo perché non ha i soldi necessari per cambiarla. Vietarne l’uso non serve se non a complicare la vita a chi già è in difficoltà, mentre aiutare a cambiare i veicoli obsoleti permetterebbe concretamente di migliorare l’aria e la sicurezza della circolazione. In tale ambito, per concludere, un’ultima buona notizia.

Le emissioni derivanti dai veicoli con motori a combustione, sia per utilizzo on-road sia per utilizzo off-road, sono destinate a ridursi ulteriormente. Il parco auto nazionale, così come quello europeo, si gioverà nei prossimi anni di quel ricambio generazionale che porterà veicoli con omologazioni Euro 6 o superiore a sostituire i veicoli del parco circolante con omologazione inferiori riducendo sia le emissioni inquinanti che le emissioni clima variatori come l’anidride carbonica.

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